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S’ciao

Tecnica: Mista

Ho scelto di interpretare il tema del concorso lavorando sul significato etimologico della parola e sul suo percorso storico-linguistico.
“Ciao” ha davvero una storia curiosa: è un’ espressione molto antica che si è diffusa ufficialmente nel nostro modo di parlare solo a partire dal Novecento. Essa, prima di raggiungere la forma e l’utilizzo attuale, ha attraversato diverse fasi.
“Ciao” nasce dalla parola “schiavo”.
Il termine era una vera e propria forma di saluto diffuso soprattutto in Italia Settentrionale: “schiavo tuo”, “servo tuo” si utilizzavano infatti per salutare qualcuno con tono reverenziale, per mettersi al servizio della persona che si aveva di fronte, in segno di rispetto.
“Schiavo” ha però origini ben più lontane: deriva dal latino “servus”.
Il passaggio da “servus” a “schiavo” si concretizza nel momento in cui le popolazioni Slovene entrarono in contatto con l’esercito Romano: “slavo”, che prima indicava esclusivamente l’etnia delle popolazioni venute da fuori, successivamente venne utilizzato dai Romani per riconoscere lo straniero sottomesso e diventato servo e schiavo.
Con il passare dei secoli si diede alla parola “schiavo” una declinazione decisamente più romantica: “schiavo d’amore”. È così che i corteggiatori si definivano nei confronti delle loro amate.
“Schiavo” entra quindi a far parte del linguaggio comune sotto forma di gesto di riguardo e l’espressione dialettale che poi diede le origini all’attuale “ciao” fu quella utilizzata nel Nord Italia.
Questa forma di saluto la si poteva trovare soprattutto nel Veneto e nel dialetto veneziano, dove “schiavo” divenne “s’ciavo” o “s’ciao”.
Lo stesso Goldoni, nelle sue opere, inserì spesso questa espressione. Ne “La Locandiera” ad esempio, il Cavaliere di Ripafratta si congeda dagli astanti con «Amici, vi sono schiavo».
Fu poi in Lombardia che “s’ciao” divenne semplicemente “ciao”, la parola più conosciuta del vocabolario italiano ed utilizzata in tutto il mondo.

Marika Lattuca
Marika Lattuca
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