POPasta

Tecnica: Acrilico su tela 80x80

Il mio buffet è pieno di cose già viste, risapute, collaudate. Un accidiosa applicazione pittorica utile a non prendersi sul serio e fatta, piuttosto, per accontentare pubblico e critica. Una colta citazione iconografica della Pop Art – all apparenza e per i più – ma solo una scoraggiata e passiva forma di concezione non utopica, di quanto la massa non sia creativa. Una lezione sociale tramite l arte, oggi come allora, in cui non resta che riprodurre senza alcuna denuncia morale o ideologica il mondo artificiale e spettacolare della merce, che ci ha posti ormai, sul livello degli oggetti. Se tutto è merce, lo è anche l arte, visto che quello che mangiamo rispecchia noi stessi.

Christian Imbriani
Christian Imbriani
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16 commenti

  1. Immagino che sia scontato… ma appena l’ho vista mi son detto “ehi, è proprio pop!” Ottimo lavoro Christian, come sempre del resto.
    Attacchi spaghetti e maccheroni ai quadri per aggiornarti pop. Hai torto, o Mario. Un vero artista se li mangia. Ha fame GB

  2. I futuristi, i quali, come è noto, si occuparono anche di cucina, detestavano la pasta.
    I “poppisti” americani e italiani invece l’adoravano, a cominciare proprio da Andy Warhol.
    A Christian Imbriani, qui in affascinante ispirazione da pop art, l’augurio non soltanto del quarto d’ora di celebrità caro al suo ispiratore, ma di ore e ore, giorni mesi e anni, futuristicamente a venire, di grandi successi.

  3. Una elucubrazione pittorica dalle caleidoscopiche risonanze cromatiche che libera un oggetto da una beffarda ed ingiusta stereotipizzazione. La merce si ribella e sfoggia sorprendentemente un variegato microcosmo. Un piccolo tutto che quasi vorrebbe rendere avveduti di come,spesso, dietro l’apparente banalità di un oggetto, si celi un autonomo sistema capace di rivelare un innato senso di caotico ordine. L’opera non andrebbe osservata a lungo! non se ne coglierebbe quell’abbagliante sensazione d’insieme che la pasta esprime come un fuoco che brucia per pochi istanti, prima di restituirsi, rassegnata, al suo quotidiano grigiore.

  4. Caro Leonzio, vogliam dunque disquisire sull’ineluttabilità della abiettà e mai desueta pratica della riprografia compulsiva, che peculiarizza e satura le ormai già colme pagine elettroniche di codesto contest? Mi si vuol lasciar intendere
    che sia cosa lieta e fausta, la palese e coatta arrogazione di figure dell’altrui ingegno accioché ci si possa beare in cotanta piazza, di virtù che difficilmente potrebbero esser tali in luogo straniero a questo. In più, mi si adduce come gretta tesi a tale vile affermazione, che sia uso e costume compiere tal scempio, altresì, che ciò rientrerebbe nelle comuni attività del mestiere anziché far contrarre i guizzanti tendini dell’intelletto umano.

  5. …ci si limita a sciorinare, in lezionismo all’italiana (il che è critica essa stessa), ciò che l’opera suggerisce alla esclusiva personale soggettività del singolo fruitore. Questo costituisce altresì l’uopo principale del mezzo elettronico, la cui capillarità ed eterogeneità dell’udienza potenziale, favorisce, spesso in maniera intenzionale da chi lo adopera, ineluttabili nonchè legittime ed al contempo libere interpretazioni a cui l’uomo di mestiere e dai saldi nervi non può, suo malgrado, sottrarsi.

  6. Tosto aggiungo Leonzio, che l’acredine tronfia di saccenza di tal felloni è carica di onestà di intenti e contenuti pari a quella dei ditteri che nei caldi dì estivi, risorgono dai loro stessi escrementi. Ah lasso, lungi da me cotanta malvolenza, che si ripercuota acciocché sulla loro prole, che ignara, non comprende allor, il seme malvagio che l’ha generata.

  7. di siffatta insipienza son ei stessi ignari. Non di beltade avvezzi “e la lor cieca vita è tanto bassa,
    che nvidiosi son d ogne altra sorte”.

  8. Mezzi che non prevedono l’onesta ,visto che chi ne fa uso, va contro corrente e esercita una forma di autoeliminazione sociale.

  9. La superficie piatta della gastronomia sacrificata al sapore, al profumo, alla vita gastrica ma autentica.
    Una rinuncia pop alla verità quotidiana, un’affermazione della mera superficie. Un monumento dell’ambiguità del sentire che cede il passo al dissentire.

  10. Continuando:
    Le cose compaiono e scompaiono nella fissità, non ti fa senso neppure la morte perché, se la morte ti fa paura è segno che vivi.
    Non ci sono mezzi per venire fuori dalla noia, è una condizione di vita che viene e va. Senza impulso.

  11. Repressione e odio intorno ad un tavolo comune, velato di patetico buonismo che non nasconde però, il proprio tornaconto.

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