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io vado a casa! tu va a quel paese!

Tecnica: pastelli a cera uniti a diluente, micron.

The Terminal, di Steven Spielberg. Un uomo, Viktor Navorski (Tom Hanks), appena giunto all’aeroporto JFK di New York, viene fermato e ritenuto “cittadino di nessun paese”, “inaccettabile” dagli Stati Uniti, in seguito a un colpo di stato avvenuto nel suo paese d’origine, la Krakozhia, mentre egli era in volo. Bloccato fino a nuovo avviso imparerà a vivere nel terminal e a conoscere quella piccola e caotica porzione di America, in attesa di poter entrare a New York City e mantenere una promessa fatta tanto tempo prima. La scena è quella in cui Gupta, uomo delle pulizie armato di spazzolone, esce sulla pista d’atterraggio incontro al grosso Aeroplano in arrivo; dopo che Viktor, obbligato col ricatto da parte del perfido sovraintendente del terminal a tornarsene a casa, ha preso la decisione di tirarsi indietro per il bene degli amici. Gupta, preso atto del sacrificio di Navorski, ne compie uno a sua volta. “Ferma” l’aeroplano, andando incontro al proprio destino e, a suo modo, gridando all’amico di non farsi fermare a un passo dal traguardo. Quasi a rappresentare una metafora del mito di Davide e Golia, ho scelto questa scena, e questo frame, per la grande carica emotiva che emana sia a livello narrativo che a livello visivo. La storia di un forte legame d’amicizia che attraversa differenti storie e vicissitudini e che si consuma in un luogo simbolo, crocevia delle culture ma allo stesso tempo antitesi dell’individuo. Un film che rispolvera cosa è importante e che ci rimembra di non lasciare la mano al luogo da cui proveniamo senza però non abbracciare quello verso cui siamo diretti.

Nahuel Lo Stracco
Nahuel Lo Stracco
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